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La Sardegna

Tra Storia, Mitologia e Leggende


"La Sardegna è fuori dal tempo e dalla storia" – D. H. Lawrence
Punto di incontro, di scontro e di scambi diventa centrale nelle tradizioni mitiche dei popoli che vissero nel Mediterraneo.
Affascinano, della Sardegna, non solo l'unicità del paesaggio e l'assoluta bellezza e varietà delle coste, ma anche i suoi tanti misteri.
  • "Atlantide in Sardegna: possibile..."
Su Atlantide si è scritto di tutto e si sono fatte le ipotesi più diverse su dove ubicare il mitico continente scomparso: Canarie, Azzorre, Creta, Santorini, Caraibi, Yucatan, Oman. A queste teorie se ne aggiunge ora una suggestiva. Assodato che, ovunque fosse, Atlantide si trovava al di là delle colonne d'Ercole, per qualcuno queste colonne non coincidevano, come da sempre si è pensato, con lo stretto di Gibilterra. Secondo la teoria illustrata dall'archeologo Sergio Frau nel libro "Le colonne d'Ercole, un'inchiesta", il limite estremo del mondo antico andrebbe spostato dalla strozzatura tra Spagna e Marocco al più prossimo canale di Sicilia. Una considerazione che darebbe ad Atlantide i confini noti e rassicuranti della Sardegna, l'isola più grande al di là del canale. L'idea da cui nasce lo spostamento delle colonne, è semplice; secondo i racconti dei navigatori riportati nella letteratura antica, lo stretto posto agli estremi della Terra avrebbe fondali bassi e limacciosi (come il canale di Sicilia), costellati di secche sulle quali venivano sbattute le navi. Lo stretto di Gibilterra ha invece fondali profondi, una contraddizione palese con quanto riportato dalle fonti. Ma perché la Sardegna e non, poniamo, le Baleari? Il mito parla di Atlantide come di una terra che dava tre raccolti all'anno (in Sardegna è possibile) e che, tra le sue peculiarità, era cinta da mura di ferro (l'isola è ricca di giacimenti di metallo). Se si considera inoltre che i fondatori della civiltà nuragica potrebbero avere legami di "parentela" con i Fenici, navigatori e alimentatori del mito di Atlantide, si ha un elemento in più per sostenere la teoria. La parola spetta ora alla geologia: scavi e rilievi da effettuare nel Campidano, in prossimità di insediamenti nuragici coperti da una spessa fanghiglia, potranno dire se quest'ultima è di origine marina, se generata cioè da un enorme maremoto che, in epoca antica, avrebbe sconvolto la geografia dell'isola, magari facendone sprofondare una parte. E avremmo Atlantide a Porto Cervo."
16 agosto 2002 (di Davide Passoni)
  • Domus de Janas
Si narra che le Janas fossero delle piccole fate che vivessero all'interno di tombe chiamate "Domus de Janas", e che uscissero solo di notte così che il sole non rovinasse la loro candida pelle. Si racconta ancora che durante le notti senza luna le piccole fate andassero a pregare presso i templi nuragici e che per raggiungerli attraversassero strade impervie, piene di rovi e per evitare le spine si illuminassero così da segnalare la loro presenza. Si narrava che possedessero un immenso tesoro a protezione del quale erano poste le muscas macceddas: orrendi insetti con testa di pecora e un occhio solo in mezzo alla fronte, denti aguzzi, piccole ali e una coda che terminava con una sorta di pungiglione velenoso. Esse stavano chiuse in una cassa in mezzo a quelle del tesoro, e vista la paura di aprire la cassa sbagliata, il tesoro rimaneva alle piccole proprietarie.
  • Santu Giuanni e le foglie d’olivastro
Sino alla metà del Novecento, nel territorio di Gergei (Sarcidano), si riteneva che nella notte tra il 23 e il 24 giugno (durante il solstizio d’estate) accadessero fatti straordinari. La ricorrenza pagana affondava la sua tradizione nei secoli. Nella notte di Santu Giuanni (San Giovanni Battista) si accendevano numerosi falò nei quartieri del paese: bambini e adulti dovevano attraversarli con un balzo, saltando in coppia, per purificare l’anima.
Nello stesso fuoco si facevano bruciare le foglie di olivastro. Secondo la credenza popolare, questo rito consentiva di leggere il futuro: se i ramoscelli scoppiettavano, per esempio, si capiva che si sarebbe avverato il fidanzamento tra due giovani innamorati. All’alba del 24 giugno, invece, si coglievano erbe officinali da conservare per utilizzarle al momento del bisogno, durante tutto l’anno. Analoghi riti si svolgevano a Mandas, Escolca e in altri paesi del Sarcidano. Un po’ ovunque, per la festa dedicata a San Giovanni Battista, si stringevano indelebili legami di amicizia col rito propiziatorio “dei fiori”.
  • Sa sùrbile (o coga o stria)
In tempi remoti, quando nell’isola la mortalità infantile era assai elevata a causa di febbri malariche e malnutrizione, per dare un senso a morti che altrimenti parevano inspiegabili la fantasia popolare elaborò una figura leggendaria, un’anima maledetta che durante la notte si aggirava per il villaggio in cerca di vittime cui succhiare il sangue. La sùrbile (o coga o stria, a seconda della località) era una donna il cui spirito al calare delle tenebre abbandonava il corpo per tramutarsi in un insetto, generalmente una mosca, e poter così penetrare facilmente all’interno delle case, in cerca di bimbi non ancora battezzati. Si posava sibilando sulla fontanella del neonato e da là attingeva il proprio nutrimento. Poiché pareva preferire bambini cui ancora non fossero spuntati i denti, le madri erano solite porre accanto alla culla una falce dentata : si credeva, infatti, che la sùrbile amasse contare, ma non fosse in grado di andare oltre il numero sette. Si attardava pertanto a contare e ricontare i denti della falce, arrivando fino al sette e ricominciando ogni volta da capo, fino all’alba, quand’era costretta a rientrare nel proprio corpo. Durante il giorno la donna non conservava poi alcun ricordo dell’accaduto. In altre zone la sùrbile è uno spirito errante nell’oscurità che si impossessa del corpo di uomini e donne malvagi, facendo prendere loro le sembianze di un gatto nero. Questi scende attraverso il camino e dopo avere succhiato il sangue lo depone nella cenere calda del focolare per farlo rassodare, trasformandolo in un cibo prelibato di cui si nutrirà successivamente (un dolce a base di sangue è caratteristico, tra l’altro, della tradizione culinaria isolana). In ogni caso, prima della sua metamorfosi la sùrbile unge le giunture del proprio corpo con un olio particolare e pronuncia una formula magica:
  • Gli Shardana
La parola SHRDN, che si trova in caratteri Fenici sulla stele rinvenuta a Nora, indica i principi di Dan, ossia proprio gli Shardana (Shrdn, Shardin, Sher-Dan), che vengono universalmente riconosciuti oggi come abitanti della Sardegna. Non sono pirati ignoranti, come da parte di molti si crede e come gli egizi ed i greci ce li hanno presentati, ma hanno alte conoscenze tecnologiche e una profonda religiosità. Le statuette di bronzo trovate nei siti nuragici ci mostrano guerrieri con l'elmo spesso sovrastato da due corna, armati di uno spadone largo e lungo tenuto sulla spalla, o di un'arma curva quasi una specie di boomerang, o di un'arma che sembra un tubo metallico con giunzioni di tipo idraulico. Spesso indossano di traverso sul petto una specie di pugnale dal grande manico e con la lama cortissima. Bronzetto che raffigura Sidi Babai. A loro viene riconosciuto un eroe, considerato il padre di tutti i Sardi, che viene solitamente chiamato proprio Shardana. Lo stesso eroe dai Cartaginesi verrà chiamato Sidi Babai o Babai Sardan (Sandan, Santas, Antas) e dai Romani Sardus Pater. È quello a cui verrà dedicato il tempio di Antas, e di cui ci è pervenuta la rappresentazione in un bronzetto ritrovato in un pozzo sacro profondo 40 metri situato a Genoni. Shardana, il demone con quattro occhi e due scudi datato IX-VIII secolo a.C. Resta il mistero di uno strano eroe o di una divinità che ci piace chiamare Sardan, identificato con l'eracle greco, Baal semitico, Marduk babilonese o il temuto Milqart dei Fenici. Ha quattro occhi (che sembrano quasi occhiali da motociclista) come Marduk, quattro braccia come i Veda indù ma anche come Apollo a Sparta, la testa circolare sembra contenuta in un casco ed è sormontata da due antenne o corna come gli dei Mesopotamici, terminanti con due pomelli con tanto di avvitatura. Indossa una specie di tuta attillata che termina a girocollo in alto e con due stivali in basso. Porta due scudi con al centro due punte dalle quali partono raggi, e dall'impugnatura degli scudi partono due strani tubi che gli terminano dietro la nuca. Per molto tempo si era sostenuto che gli Shardana fossero originari della città di Sardi in Anatolia, che fu capitale della Lidia al tempo di re Creso, che ha regnato tra il 560 ed il 546 a.C.. Per questo fanno riferimento a Erodoto, che racconta che i primi uomini di lingua straniera insediatisi in quel paese furono i mercenari Cari e Joni, inviati da Cige re di Sardi, ed impiegati dal faraone Psammetrico I, che ha regnato dal 663 al 609 a.C., contro Assurbanipal. E, di fronte all'obbiezione che mercenargli Shardana erano al soldo del faraone Seti I il Grande, che ha regnato tra il 1318 ed il 1304 a.C., per continuare ad attribuire la provenienza degli Shardana da Sardi, sostengono che Erodoto avrebbe confuso Cari e Joni, che erano Greci, con gli Shardana, e Psammetico con Seti. Ma noi abbiamo la certezza che è impossibile la provenienza degli Shardana dalla città di Sardi, dato che, secondo una recente indagine archeologica effettuata in Turchia, questa città risulta fondata solo nel 1000 a.C.. Ed inoltre, se anche fosse stata fondata in epoca precedente, sarebbe stata distrutta, insieme alla capitale Hattusa e a tutto l'Impero Ittita di cui faceva parte, durante l'invasione dei Popoli del Mare del 1200 a.C.
  • La Leggenda di Ichnusa
Milioni di anni fa, quando L'italia non era ancora spuntata dal mare, esisteva un piccolo continente chiamato Tirrenide. Era una terra felice con dei grandi e bellissimi boschi, monti alti e superbi, fiumi, laghi, animali di ogni tipo e gente buona e pacifica. Ma un brutto giorno accadde un tremendo terremoto e tutte quelle bellezze furono distrutte, quel paradiso terrestre sparì. La terra si mise a tremare, i monti si spaccarono, i fiumi uscirono dagli argini e il mare mandò le sue onde rabbiose a travolgere il piccolo continente, che incominciò a sprofondare negli abissi del Mar Tirreno. La gente era disperata e chiese aiuto a Zeus re degli Dei che in quel momento sembra che fosse impegnato a bisticciare con sua moglie Era. C'é chi racconta che quel terribile terremoto l'avesse provocato proprio lui in uno dei suoi proverbiali momenti di malumore. A questo punto Tirrenide stava sprofondando nel mare, e siccome una piccola parte di essa emergeva ancora, Zeus le pose sopra il piede e riuscì a trattenerla prima che i flutti la inghiottissero. Così, dalla grande Tirrenide non rimase che quell'impronta solitaria in mezzo alla grande distesa d'acqua che venne chiamata "Ichnusa" cioè orma di piede, che in seguito diventò Sardegna
  • La Leggenda del Lago Baratz
Si racconta che gli abitanti del paese di Baratz (nei pressi di Alghero) fossero inospitali e ingrati (artivos), e pensavano solo a loro stessi. Un giorno arrivò un mendicante e andò di casa in casa a chiedere un bicchiere d'acqua, ma nessuno glielo diede. Finché arrivò all'ultima casa del paese dove abitava una buona signora che gli diede acqua da bere, acqua per lavarsi e un piatto di minestra. Allora il mendicante, che altri non era che l'Arcangelo San Michele, le disse:
- Per il tuo buon cuore ti darò un consiglio, vattene da qui, abbandona questo luogo di gente dal cuore buio e di falsi cristiani.
- Ma che dici, disse la donna, qui c'è la mia gente, non posso abbandonarli.
- Vattene, continuò il mendicante, perché questa notte si compirà la volontà di Dio, e di Baratz non rimarrà che un cattivo ricordo. A quelle parole la donna si fece il segno della croce e il mendicante sparì.
La notte, non essendo riuscita a convincere nessuno a seguirla, si incammino da sola lontano dal paese. Camminò e camminò, fino ad arrivare all'altra parte del monte, ai piedi del quale sorgeva il paese. All'improvviso un tremolio della terra e un rumore fortissimo la fecero fermare, e correndo disperatamente ritornò indietro, e quando arrivò dall'altra parte del monte appena valicato, nel punto dove sorgeva il paese non vide più nulla, né le case, né il campanile né la chiesa, né la torre dei soldati. Corse finché ebbe fiato, fino a bagnarsi i piedi, perché li, dove prima c'erano le case, si era formato un lago.
  • Il Sardus Pater
Il Sardus Pater era il Dio eponimo dei Sardi nuragici venerato presso il tempio di Antas, il Sardopatòros ieròn (ossia il tempio del Sardus Pater) ricordato dal geografo Tolomeo e situato nella Sardegna meridionale (Sulcis) a circa 10 chilometri a sud del paese di Fluminimaggiore.
- L'esatta localizzazione del tempio diede luogo nel passato ad ampi dibattiti ed a svariate ricerche portate avanti da archeologi e studiosi della storia sarda. Però la certezza che ad Antas si trovasse proprio il tempio del Dio dei nuragici si ebbe a partire dal 1954 quando una studentessa dell'Università di Cagliari (L. Caboni) nell'ambito delle ricerche per preparare la sua tesi di laurea, tra le rovine del tempio scopri un frammento dell'epistilio. Durante la campagna di scavi iniziata nel 1966 e condotta dagli archeologi Gennaro Pesce e Sabatino Moscati, venne rinvenuta una tabella bronzea recante una dedica al dio ed un frammento con una iscrizione riguardante l'erezione del Templum Dei Sardi Patris Babi (Tempio del Dio Sardus Pater Babai). Tale frammento completava quello precedentemente rinvenuto nel 1954 e consentiva di ricomporre l'iscrizione integrale del frontone
- La prima menzione letteraria del Sardus Pater risale al I secolo a.C. ed è contenuta nelle perdute Historiae di Sallustio. Nel racconto che ne fa lo storico romano il Sardus Pater giunse in Sardegna proveniente dalla Libye (Nordafrica). Figlio del dio Makeris (l'Eracle venerato con il nome di Melqart), sarebbe sbarcato con un gruppo di coloni. Questi si integrarono con gli autoctoni e cambiarono il nome dell'Isola da Argyròphleps nesos (isola dalle vene d'argento) e Ichnussa in Sardò - Sardinia.
- Silio Italico nel I secolo d.C. nel suo poema Punica, nel libro XII racconta di Sardus dicendo: "dopo che i Greci chiamarono l'isola Ichnusa, Sardus confidando nel generoso sangue di Ercole Libico, le cambiò il nome dandole il suo."
- Nel II secolo d.C. Pausania, nella sua opera Descrizione della Grecia, in base a quanto da lui visto nei suoi viaggi, racconta che nel celebre tempio di Delfi consacrato ad Apollo si trovava una statua in bronzo del "Sardus Pater" e che tale statua fosse stata portata a Delfi dai Sardi abitanti la Sardegna.
- Secondo gli studiosi, la figura del Sardus Pater rappresenta una sintesi di vari elementi religiosi che partendo dall'antica devozione per un dio paleosardo guerriero e cacciatore, si arricchirono successivamente di influssi culturali di diversa provenienza. Per lo studioso Attilio Mastino il tempio del Sardus Pater di Antas "...ha rappresentato nell'antichità preistorica, poi in quella punica e soprattutto in età romana, il luogo alto dove era ricapitolata tutta la storia del popolo sardo, nelle sue chiusure e resistenze, ma anche nella sua capacità di adattarsi e di confrontarsi con le culture mediterranee." (La Grande Enciclopedia della Sardegna, pag 384)
- Le popolazioni nuragiche lo veneravano tradizionalmente come dio cacciatore e lo raffiguravano con il capo cinto da una corona piumata e con un giavellotto sulla spalla. La più antica raffigurazione di Sardus - secondo gli studiosi - potrebbe essere un bronzetto ritrovato durante gli scavi del tempio di Antas, datato al IX secolo a.C., raffigurante il dio senza vesti e con la mano sinistra che impugna una lancia.
  • La Leggenda di Aristeo
La zona dove sorge l'odierna Cagliari era già frequentata in epoca nuragica. La leggenda della sua fondazione, narrata dallo scrittore latino Solino, vuole che Caralis sia stata fondata da Aristeo, figlio del dio Apollo e della ninfa Cirene, giunto in Sardegna dalla Beozia nel XV secolo a.C. circa. Aristeo introdusse in Sardegna la caccia e l'agricoltura, riappacificò le popolazioni indigene in lotta fra di loro e fondò la città di Cagliari, sulla quale in seguito regnò. Secondo alcune fonti Aristeo venne accompagnato in Sardegna da Dedalo, il quale, secondo gli antichi greci, sarebbe l'artefice delle imponenti opere dedalee (i Nuraghi) presenti sull'isola.
- Secondo Diodoro Siculo, Cicerone ed altri Aristeo insegnò agli uomini l'arte di rappigliare il latte e di farne il formaggio. Di più insegnò il modo di coltivar gli ulivi e di spremerne l'olio; finalmente insegnò l'arte di educare le api e di costruire gli alveari, e di trarne il miele e la cera. Sotto il velo della favola i citati autori che parlarono di Aristeo, ci insegnano che egli viaggiò in diversi paesi, e dappertutto palesò le sue scoperte arrecando grandi benefizi all'umanità. Prima si dice che abbia viaggiato nella Grecia, e che vi abbia preso moglie: poi si ritirò nell'Isola di Ceo che trovò desolata dalla peste, e che ei fece ripopolare, e lasciandovi le sue scoperte, passò di là in Sardegna, e dopo di averla incivilita, insegnandovi l'arte di far il formaggio, l'olio, e più il modo di coltivar le api per averne il miele e la cera, andò in Sicilia, ove pure sparse gli stessi benefizi.
- Questo Eroe, civilizzatore dell'Isola, fu onorato come un Dio da per tutto, e specialmente in quest'Isola al pari di Sardo. Particolarmente fu onorato dai pastori, e gli storici dicono che avesse una statua in Siracusa nel Tempio di Bacco. In Sardegna non è rimasta altra memoria di questo Eroe se non quanto generalmente ci raccontarono i sopracitati Storici, ed è da presumere che i Sardi gli siano stati riconoscenti per i benefizii avuti, come lo furono per Sardo. Sebbene però siano andate perdute le sue memorie, non credo che il culto che gli prestarono non sia stato di occasione per aver fatto formare di lui e statue e tempi ed adorazioni. L'unico oggetto che può riferirsi a questo Eroe è la statuetta che che fu trovata nel gennaio del 1843 nel villaggio di Oliena, nel salto chiamato Dule. Questa statua rappresenta un uomo nudo che ha il corpo coperto di api, in bell'ordine collocate, ed in testa un diadema che sulla fronte tiene due rosoni, o mazzetti di fiori, e termina sulle spalle colle due estremità rannodate, e svolazzanti. Nel ventre tiene due api una per parte, che guardano in sù: in mezzo al petto un'altra, e finalmente due sopra gli omeri che guardano in giù, come per incontrare le compagne. La statua è di qualche bellezza artistica e di buone proporzioni. È un danno che sia monca tanto nelle braccia che nei piedi, perché forse ci avrebbe dato segni più manifesti del personaggio che noi crediamo di rappresentare. Ammesso che gl'insetti di cui è ornata siano api, non può cader dubbio che la statuetta in proposito rappresenti il benefattore Aristeo. Questa figura in sé rappresenta i benefizi che furono fatti ai Sardi, e se ci fosse pervenuta intera , si sarebbe si potuto facilmente ravvisare qualche altro simbolo denotante qualcun altra delle opere che fece. Forse nella mano destra avrà avuto qualche ramo di ulivo, ed alla sinistra qualche istrumento che potesse alludere all'arte pastorizia. Le api non potevano esprimerle che presentandole così sparse nel suo corpo, e quella corona che ha in testa non è altro che un intreccio di fiori terminante in mazzetti, forse per indicare la sostanza da cui le api traggono il dolce liquore e nutrimento.
  • I Nuraghi
C'è un grande mistero legato all'esitenza dei nuraghi, che nessuno è ancora riuscito a risolvere. Svariate sono le interpretazioni che cercano di dare risposte ai tanti perché che suscitano queste imponenti costruzioni megalitiche: sulla loro costruzione, la loro diffusione, la loro destinazione con una utilizzazione generica o una funzione più specifica. Secondo il prof. Giovanni Lillìu (autorità indiscussa in materia), queste torri troncoconiche costruite con pietre lavorate ma non squadrate e non legate da malta, dimostrano innanzitutto la straordinaria abilità dei Sardi quali costruttori, ma anche il segno della comparsa di uno spirito nazionale dei sardi. Anche l'origine del loro nome è misterioso: deriverebbe da nur che per i linguisti è parola della lingua nuragica che vuol dire "cavità tra le pietre": sarebbe una delle poche parole della lingua preistorica dei sardi sopravvissute alla romanizzazione.
E' un mistero anche la loro destinazione: gli studiosi infatti sono di parere discorde; per alcuni sono le abitazioni di capi tribù guerriere o di potenti latifondisti, padroni del territorio; per altri sono luoghi di riunioni degli anziani capi delle comunità; altri li considerano rifugi fortificati in caso di incursioni o razzie da parte delle tribù vicine più forti; ma ancora c'è chi li ritiene dei veri e propri santuari dedicati agli eroi del popolo, oppure sepolture-mausoleo erette in onore di personaggi esemplari; ed infine qualcuno li considera luoghi di studi astronomici. Potrebbero essere anche tutte queste cose insieme ma una cosa è certa: svelare questo mistero vorrebbe dire conoscere più da vicino il carattere di una società e di un popolo.
(dalla Guida insolita di Franco Fresi, ed. Della Torre, 1999)
  • Il Mito di Dedalo
Secondo la narrazione di Pausania (X 17, 4; cfr. anche Sallustio, Hist. II, frr.6-7), che riferisce una notizia attinta da una fonte imprecisata («alcuni credono...»), Dedalo sarebbe giunto in Sardegna proveniente da Camico al sèguito di Aristeo, ma il periegeta si affretta ad aggiungere che la cosa è priva di senso, poiché Aristeo, secondo la cronologia mitica, visse parecchio tempo prima di Dedalo (più precisamente, si è presunta per il primo un'attribuzione al XV sec. a.C., per il secondo una ai primi decenni del XIII). Secondo un'altra tradizione (cfr. Diod. Sic. IV 30, 1; parzialmente coincidente la testimonianza dell'anonimo autore del De mirabilibus auscultationibus 100, secondo il quale, però, la costruzione delle tholoi è da attribuire direttamente a Iolao), Dedalo sarebbe giunto in Sardegna chiamatovi da Iolao, e nell'isola avrebbe edificato erga polla megala («numerose e grandi opere») chiamate Daidaleia secondo il nome del costruttore, opere visibili ancora al tempo di Diodoro Siculo.

Lo scrittore Pausania, che sostenne di aver visitato la Sardegna, ci tramanda una suggestiva leggenda: la leggenda di Dedalo, simbolo delle doti artistiche e geniali delle costruzioni greche, che insegnò ai Sardi a costruire i nuraghi. L'eroe mitico Dedalo, fuggito da Creta per sottrarsi all'ira di Minosse con la meravigliosa creazione delle ali sorvolava il mare, alla ricerca di un'isola di cui gli avevano parlato i marinai cretesi e, all'improvviso, la riconobbe. Era stanco e calò con le sue ali di cera, in mezzo ad una selva, dove pastori ospitali lo accolsero ed onorarono. Lì rimase fino a che il vento freddo dell'autunno spogliò le querce degli alti pascoli e la sua pena per la recente perdita del figlio si affievolì. Anche i pastori, suoi amici, emigravano verso le terre più miti del sud ed allora, Dedalo, prima di lasciarli, volle far loro un dono. In una radura segreta, sovrapponendo pietra su pietra con una inclinazione e con un ritmo inconsueti, cominciò a legare saldamente, ma senza far uso di alcuna calce,quei conci di sasso, bilanciandoli con la sua arte e distribuendoli con la sua fantasia, in un edificio mai visto sino a quel giorno. Così inventò il nuraghe e lo donò ai sardi per la loro calorosa ospitalità, perché essi potessero avere una casa ed anche una fortezza.
  • Il Culto dell'acqua
I nuragici attribuivano alle acque sorgive poteri miracolosi, utili per guarire malattie a carico dell'apparato osseo e degli occhi. Ma veniva principalmente utilizzata per le ordalie, cioè per il giudizio di Dio, essi cioè si servivano dell'acqua sorgiva per giudicare l'innocenza o la colpevolezza di alcuni reati. Racconta Solino, scrittore romano del III sec. d.C. che i riti avvenivano per immersione. La persona che doveva essere giudicata veniva immersa a testa in giù dentro l'acqua. Se questo era colpevole la divinità presente nell'acqua lo accecava, in caso di innocenza invece la sua vista veniva rafforzata.
  • I Gentiles
Direttamente collegati al mondo nuragico, secondo Gianluca Medas, autore di una ricerca sui “Mostri sardi”, sono i Gentiles, cioè i più antichi abitatori dell'isola, di statura gigantesca e forza sovraumana, hanno in genere un bell'aspetto e in alcune leggende si dice che avessero un occhio solo. Alcune grotte dell'interno, secondo qualche pastore, conservano i segni del loro passaggio. A loro si deve la costruzione dei monumenti funerari megalitici. Si racconta che ricevettero da un non ben identificabile Eusuprimusonnendi l'incarico di pastori della terra, per prepararla alla presenza dell'uomo. Uomo che in antichità ha avuto rapporti con queste figure leggendarie, e che da loro ha imparato a costruire le case di pietra, i Nuraghes. I Gentiles si muovevano cavalcando fascine di legna. Oggi il loro compito di pascolare la terra non è venuto meno, ma non si fanno più vedere dall'uomo con il quale non hanno più alcun rapporto. I numerosi incendi, la siccità, sono i segni del loro costante allontanamento. Si nascondono, secondo un pastore di Nuraxi Nieddu, tra i pochi alberi fitti rimasti in Barbagia.



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